App. Il giro di vite digitale

APP.
IL GIRO DI VITE DIGITALE

Leonardo Pica Ciamarra

 

Causa finalis movet non secundum suum esse reale,
sed secundum esse cognitum
(F. Suarez, Disputationes metaphysicae, Disp. XXIII, Sect. 8 –
leggermente modificato da Schopenhauer)

 

In un intervento sul sito di FranceInter dello scorso 4 maggio[1] – non sorprendente­mente scettico rispetto all’idea diffusa che alla crisi pandemica sia destinato a seguire, per maturata consapevolezza, un positivo rinnovamento – Michel Houellebecq spiega che “non ci sveglieremo, dopo il confinamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, un po’ peggiore”. E in particolare sul digitale nota come già “da qualche anno l’insieme delle evoluzioni tecnologiche, che siano minori (video on demand, pagamento senza contatto) o maggiori (il telelavoro, gli acquisti su Internet, i social media) abbiano avuto per conseguenza principale (principale obiettivo?) quella di diminuire i contatti materiali, e soprattutto umani. L’epidemia di coronavirus offre una magnifica ragion d’essere a questa tendenza di fondo: una certa obsolescenza che sembra colpire le relazioni umane”.

Oggi, come sintetizza un’imprenditrice americana del settore dell’automazione, commentando l’accelerazione provocata nei suoi affari dall’epidemia, l’evidenza è che “gli esseri umani sono un rischio biologico, le macchine non lo sono”[2].

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha provato a insistere più volte sulla necessità di sostituire l’espressione physical distancing all’onnipresente social distancing: Infatti, dicono, il distanziamento “non vuol dire che dobbiamo disconnetterci socialmente dai nostri cari, dalla nostra famiglia. Oggi la tecnologia è così tanto avanzata che noi possiamo restare connessi in molti modi senza essere di fatto fisicamente nella stessa stanza o fisicamente nello stesso spazio con delle persone […]. Noi intendiamo cambiare e dire ‘distanza fisica’ e questo perché vogliamo che le persone rimangano ancora connesse”[3].

Certo guidata dall’autentica preoccupazione di rinsaldare i legami comunitari a cospetto della sfida mortale del CoViD-19 (anche questo nome frutto di attentissima programmazione)[4], ma piena di tutte le superficialità del senso comune, tale correzione linguistica non ha avuto successo. Il discorso pubblico ha mostrato anzi una sorprendente resistenza all’assimila­zione: indice forse del fatto che l’improvvisa accelerazione della trasformazione dei contatti umani indotta dalla crisi non trova ancora un tipo d’uomo disposto a considerare il lockdown un distanziamento “soltanto fisico”. Ai ragazzi che non possono “pomiciare sui prati”[5], così come a coloro che non hanno potuto dare l’addio a un genitore o a un amico già subito smaterializzato in polvere, è immediatamente – fisicamente – chiaro che la distanza imposta non è nulla di secondario. Certo, “we want people to still remain connected […] because your mental health […] is just as important as your physical health”. Tuttavia in quelle e in tante altre connessioni la relazione sociale risulta colpita dal distanziamento nella sua natura più intima. Fin tanto che il soggetto di queste relazioni è ancora l’uomo che noi siamo, e la sua salute mentale la nostra, quello in cui siamo stati catapultati è piuttosto un distanziamento esistenziale, da noi a noi stessi. Gli immediati affollamenti di giovani e anziani che seguono ogni allentamento delle regole mostrano nel modo più vistoso l’urgenza vitale di superarlo.

“[...] There are depths, depths! The more I go over it, the more I see in it, and the more I see in it, the more I fear. I don’t know what I don’t see – what I don’t fear!”[6]. Accelerazione di tendenze in atto, trasformazione antropologica e sociale, costruzione delle immagini e delle parole attraverso cui tutto questo è pensato e guidato sotto la spinta di un’emergenza inaudita, sono le coordinate della questione che si può provare a riassumere sotto un calembour ancora stranamente non sfruttato: il Digital Turn of the Screw del nostro tempo – il “giro di vite” che spinge la “svolta digitale” ad una nuova profondità. E quel che in queste profondità prende forma può certamente suscitare inquietudine. Perché se è vero che la diffidenza verso la tecnologia in quanto tale ha qualcosa, al tempo stesso, di primitivo e di senile, ben più propriamente ingenua è però l’irriflessa confidenza che non si fa domande su ciò che, con essa, sta accadendo.

In ambito medico si guarda con molto interesse alla connessione tra Internet of Things, Big Data e intelligenza artificiale come strumenti di controllo dell’epidemia[7]. La diffusione di dispositivi e strumenti interconnessi all’interno e al di fuori degli ospedali è in grado di consentire una raccolta di dati in tempo reale su larga scala altrimenti inattingibile. Tali dati sono utilizzabili da sistemi di intelligenza artificiale basati sul deep learning per individuare tendenze, modellare associazioni e prevedere risultati. Si tratta di strumenti già esplorati da prima della pandemia[8], la cui applicazione diventa adesso la frontiera – ampiamente popolata[9] – di molteplici livelli di intervento: dall’elaborazione di modelli previsionali, alla verifica di approcci biomedici (come individuare farmaci promettenti attraverso algoritmi[10]), alle tecniche di contrasto non farmacologico al virus. A quest’ultimo livello, essi rappresentano in effetti la sola vera novità rispetto a misure di controllo dell’epidemia affatto pretecnologiche – medievali – come il confinamento o il distanziamento. Anche queste ultime, certo, possono ricevere un deciso potenziamento dalle tecnologie di sorveglianza digitali – il cane robot che impone il rispetto delle distanze di sicurezza nel Bishan-Ang Park di Singapore ne è l’emblema disneyano – ma la grande nuova prateria sono le tecniche per il tracciamento dei contatti[11], sperimentate in precedenti epidemie come il colera a Haiti nel 2010[12] o l’ebola in Africa occidentale nel 2014-2016[13] e fin da subito nell’outbreak cinese del SARS-CoV-2[14], e assurte oggi a centralità planetaria.

Non è detto che, presa ciascuna per sé, le singole tecnologie siano destinate a raggiungere i risultati attesi. Un eccesso di entusiasmo/investimento in queste circostanze è ampiamente da mettere in conto, anche perché gli interessi in gioco – interessi politici, di affari, di carriera personale a tutti i livelli – sono enormi. Le tecnologie di telemedicina, ad esempio hanno subito “un cambiamento di cinque o dieci anni in un tempo brevissimo”, con incrementi di valore incredibili, come ha osservato il capo di una grande società internazionale del settore[15], ma resta insuperato il problema che le persone che più potrebbero trarne beneficio sono quelle che hanno più difficoltà ad accedervi, come rilevava a gennaio un report dell’OCSE[16]. Ad un tipico effetto di accentuazione delle diseguaglianze mediante tecnologie che funzionano fanno riscontro – anche questo tipicamente – investimenti sprecati in tecnologie che affascinano ma funzionano male. Per esempio, gli attuali modelli di predizione basati sull’intelligenza artificiale – uno dei campi su cui più si è concentrata l’enfasi degli addetti ai lavori nell’emergenza – si sono mostrati incredibilmente approssimativi nella gestione del CoViD-19[17]. Sul terreno stesso del tracciamento, d’altra parte, non si può negare che storie di successo nel contenimento dell’epidemia siano ben presenti anche in realtà che non ricorrono a soluzioni tecnologiche spinte. Caso esemplare lo stato indiano del Kerala, dove efficacissime attività di ricostruzione dei contatti sono state svolte con largo impiego di lavoro investigativo umano e un ricorso ai dati, su casi mirati, non diverso da quello di normali indagini di polizia[18]. Tuttavia, è giudizio ampiamente condiviso che almeno la combinazione dei diversi approcci tecnologici sia in grado di apportare un vantaggio critico nella lotta contro l’epidemia. Alla stessa comunità medica è perciò ben presente l’esigenza di ridurre i motivi di diffidenza verso l’applicazione di queste soluzioni[19], soprattutto per quanto riguarda i nuovi poteri di sorveglianza e controllo che si concretizzano attraverso di esse (emblematico in Israele l’immediato incarico allo Shin Bet di adoperarsi per il tracciamento dei contagi, conformemente a tecniche e autorizzazioni messe a punto per la lotta al terrorismo[20]).

In Cina, i dati ricavati attraverso l’app Alipay Health Code, il cui uso oggi è obbligatorio in ampie parti del paese, sono raccolti su una rete centralizzata di server, immediatamente condivisi con le forze dell’ordine ed elaborati automaticamente secondo criteri e per tempi non noti. Al pubblico non è consentito sapere, per esempio, da che cosa dipenda l’assegnazione dei codici di contagiosità che limitano la facoltà di movimento e a chi rivolgersi per far correggere eventuali (e pare frequenti) errori. Un report del New York Times riferisce che Ant Financial – la società che ha creato l’applicazione, parte della galassia Alibaba – “ha rifiutato di rispondere a domande sul funzionamento del sistema, affermando che a stabilire le regole e a controllare i dati sono gli uffici del governo”; e osserva che la forzata “condivisione dei dati personali con le autorità erode ulteriormente la linea sottile che separa i titani tecnologici cinesi dal governo del partito comunista”[21]. Ma la linea è appunto già molto sottile. La Cina è un regime totalitario, dove vige la censura sulla stampa, la repressione del dissenso[22], e che da tempo ha investito in modo pioneristico e massiccio sulle tecnologie di controllo sociale, dal riconoscimento facciale (ora messo in crisi proprio dalle mascherine obbligatorie) al sistema di credito sociale. In questo quadro, il rafforzamento del controllo digitale in occasione dell’epidemia rappresenta certo un brusco incremento della sua pervasività: per esempio, l’amministrazione di Hangzhou ha recentemente dichiarato di voler rendere permanente l’app Alipay Health Code, con assegnazione a ciascun cittadino di un punteggio relativo al suo stato di salute stabilmente monitorato[23]. Ma a conti fatti, l’adozione di queste misure rappresenta sostanzialmente la conferma di una linea di condotta già stabilita: la stessa velocità nello sviluppo delle app, nell’implementazione di specifici sistemi di controllo, ecc., è stata possibile tecnicamente soltanto perché era già ampiamente funzione un sistema di monitoraggio multiparametrico basato su Big Data e intelligenza artificiale[24]. Nel paese d’origine del virus e quello che l’ha combattuto con la più impressionante energia, il digitale è stato quindi senz’altro un pilastro della strategia di contenimento, incentrata tuttavia principalmente sull’isolamento, ma non ne ha rappresentato il tratto distintivo, né ha costituito l’asse principale della strategia di comunicazione con la quale la Cina ha lavorato per accreditare la propria immagine e influenza planetaria.

La Corea del Sud, invece, il paese considerato il più digitalmente connesso al mondo e il secondo ad essere stato investito massicciamente dal CoViD-19, ha puntato in modo preponderante su un modello di integrazione tra diverse soluzioni di Information and Communications Technology. Ben preparato all’emergenza sanitaria per via delle esperienze maturate nell’epidemia di SARS del 2003 – come altri paesi dell’area, che hanno seguito strategie in parte simili[25] – e favorito nell’esercizio del controllo da un tessuto sociale molto coeso su valori comuni, oltre che abituato all’allerta militare per la delicata posizione geopolitica, il governo sudcoreano ha reagito all’emergenza, dopo un iniziale ritardo, allestendo un’imponente struttura di monitoraggio[26], che esibisce presso gli altri paesi – nel quadro di una vera e propria “coronavirus diplomacy”[27] – come un modello di efficienza e di equilibrio. Formalmente, la democrazia sudcoreana non manca di strumenti di garanzia della privacy[28] e i documenti governativi insistono con enfasi sulle procedure adottate per tutelarla anche in questa occasione. Nondimeno, il livello di invasività nella vita personale da parte dei protocolli di sorveglianza messi in opera in quest’emergenza – tracciamento telefonico in primo luogo ma anche modalità di uso e diffusione delle informazioni – ha suscitato giustificata preoccupazione non soltanto nella concitazione dei primi momenti, ma anche a mesi di distanza, in occasione dell’ultima recrudescenza dell’epidemia a partire dai locali gay di Seul[29]. Per distacco rispetto all’esperienza cinese (e anche rispetto ad alcuni lockdown occidentali), tuttavia, la rivendicazione del governo coreano di esser stato in grado di “appiattire la curva del CoViD-19 in venti giorni senza imporre misure draconiane ed estreme di restrizione della libertà e del movimento delle persone”[30] mette sicuramente in prospettiva il fatto che il controllo digitale rappresenta una delle limitazioni ai diritti e alle libertà personali richieste dal contrasto all’epidemia, da bilanciare con altre. Resta certo da capire meglio se e in che misura essa sia una limitazione del medesimo genere delle altre e anche quale sia la sua reale efficacia rispetto allo scopo, dal momento che, alla fin fine, il contenimento ottenuto per questa via non si è rivelato così solido come si voleva (tanto che la rivendicazione citata è stata espunta dall’ultima versione del documento governativo).

Il terzo grande paese colpito in modo brutale dall’epidemia è stato l’Italia. Qui il quadro di riferimento, materiale e formale, cambia del tutto. Il 2 marzo, quando il contagio comincia a impennarsi e partono le prime disordinate iniziative di raccolta dati, il Garante della Privacy interviene per diffidare “tutti i titolari del trattamento” a non “effettuare iniziative autonome che prevedano la raccolta di dati anche sulla salute di utenti e lavoratori che non siano normativamente previste o disposte dagli organi competenti”[31]. Due settimane più tardi, lo European Data Protection Board (EDPB) emana un comunicato che sottolinea la necessità di tutelare i dati personali anche nell’emergenza (che intanto si va estendendo ad altri Stati membri); ricorda i limiti all’interno dei quali il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati europeo (GDPR) permette il loro trattamento; e richiama l’attenzione sui particolari vincoli derivanti dalla direttiva sulla ePrivacy, per primo l’anonimato dei dati di localizzazione. Eventuali deroghe – insiste lo EDPB – possono essere oggetto di una legislazione di emergenza solo “a condizione che questa costituisca una misura necessaria, appropriata e proporzionata all’interno di una società democratica”[32]. Nel frattempo, in Italia è scattato il cosiddetto lockdown e i Dpcm dell’8 e del 10 marzo intervengono a limitare diversi diritti costituzionali: dalla libertà di circolazione e soggiorno alla libertà di riunione, dalla libertà di culto alla libertà di iniziativa economica, ecc. In questo quadro, il problema del tracciamento digitale passa in secondo piano. Per esempio, il Decreto Legge del 25 marzo, che cerca di risolvere i problemi di aderenza al dettato costituzionale suscitati dai precedenti interventi d’emergenza, tocca moltissime fattispecie ma non questa. La questione riemerge soltanto più tardi, sulla via del superamento della chiusura, quando si comincia a parlare operativamente di un’app affine a quelle sperimentate nei paesi asiatici. A paragone di quelle lì praticate, la strategia di contrasto italiana è, nell’insieme, molto meno caratterizzata da soluzioni digitali. Anche la retorica pubblica e l’immagine proiettata all’esterno insistono sulla capacità di resistenza, sul senso di responsabilità e di sacrificio, e non sulla capacità di combattere la diffusione del virus grazie a tecnologie innovative. In breve, da noi, la dimensione in cui prendono forma le tendenze che determinano lo sviluppo degli strumenti digitali – quelli di contrasto diretto all’epidemia, come l’app di tracciamento, ma anche quelli che da essa ricevono impulso, come lo smartworking e il distance learning – va al di là del livello nazionale.

A livello europeo si apre intorno all’app una singolare partita, che oppone i governi alle grandi piattaforme tecnologiche, con le quali si alleano, questa volta, i difensori della privacy[33]. Il primo orientamento, per una soluzione adatta anche all’interoperabilità tra i sistemi nazionali europei in vista della riapertura dei confini, è determinato da un gruppo di lavoro a guida tedesca (PEPP-PT)[34], che propone la raccolta dei dati su un server centrale. Questa soluzione offre molti vantaggi tecnici e di uso dei dati, ma, benché ne preveda la anonimizzazione o pseudonomizzazione, suscita allarme per le possibilità di controllo che la centralizzazione implica; c’è anche chi lamenta opacità nella composizione del gruppo[35]. A inizio aprile un altro gruppo internazionale propone una diversa soluzione, decentralizzata, che raccoglie i dati soltanto sul dispositivo dell’utente (DP-PPT)[36]. I governi intanto si rivolgono alle due piattaforme che controllano la quasi totalità dei sistemi operativi degli smartphone, chiedendo la loro collaborazione per le misure tecniche necessarie all’implementazione dell’app. Il 10 aprile però Google (Android) e Apple (iPhone) oppongono un muro e annunciano un inedito lavoro comune per una soluzione alternativa – basata su Bluetooth, già concordemente individuato come il sistema di trasmissione che dà la miglior garanzia di riservatezza – che impedisca il controllo dei governi sui dati[37]. Si susseguono lettere aperte e documenti di accademici e esperti di cybersecurity che mettono in guardia rispetto alle soluzioni centralizzate e in generale ai rischi di sorveglianza[38]. Con molto pragmatismo, di fronte alla recisa presa di posizione delle aziende e al parere degli esperti, la Germania è la prima a cambiare paradigma e dirigersi verso la soluzione proposta dei due giganti tecnologici. L’Italia la segue di lì a poco. La Francia invece rivendica con intransigenza la sovranità sui dati dei suoi cittadini e si impegna alla costruzione di un proprio sistema[39]. Anche il Regno Unito cerca di mettersi su quest’ultima strada, affrontando ripetuti insuccessi[40]. A inizio giugno, a distanza di poche ore, Italia e Francia diffondono le loro app. Non è ancora chiaro se la diversa soluzione tecnica comporterà una diversa efficacia e un diverso grado di fiducia. Come in tutti i paesi democratici, infatti, tolta l’India, l’installazione dell’app è volontaria[41] e la disponibilità ad accettare questo strumento è sotto molti riguardi indicativa degli orientamenti dell’opinione pubblica. Ad una prima considerazione, la soluzione italiana offre un elevato grado di rispetto della libertà individuale e di trasparenza[42]. L’interfaccia di programmazione di Google e Apple ha effettivamente risolto molte criticità: la trasformazione della definizione delle app così prodotte da strumenti di contact tracing a strumenti di exposure notification[43] è quasi interamente giustificata.

Resta il fatto che le due aziende, messe insieme, posseggono già tutti i dati che servirebbero ai governi. Per esempio, mentre le regole europee sono molto rigorose nell’escludere la geolocalizzazione, gli smartphone che adoperiamo (salvo rari usi molto consapevoli e limitanti) forniscono costantemente questa informazione alla propria piattaforma, tanto che sia Google in Europa che Apple in USA si sono rese ripetutamente utili nel monitoraggio della riduzione della mobilità durante la pandemia. Sempre con dati aggregati, certo, sempre senza fornire alle autorità e al pubblico altro che i risultati dell’indagine e senza, si deve pensare, condividere i propri dati con i concorrenti. Ma questi dati, appunto, sono molto di più che la rilevazione di contatto via Bluetooth: già ora, con quello che ha su di me, la piattaforma del mio smartphone è tecnicamente in condizione di ricostruire i miei itinerari e anche in massima parte le mie attività minuto per minuto. Se mettesse a disposizione questi dati, se li si integrasse con quelli delle altre piattaforme e con quel sovrappiù di informazione sui contatti che facilmente emerge dall’app Bluetooth, il sogno del monitoraggio sanitario totale diventerebbe realtà in modo immediato (come accade, in effetti, in Cina). Questo enorme patrimonio di dati, tuttavia – che rappresenta una ricchezza infinita in termini commerciali, com’è chiaro, ma anche politici[44] – è gelosamente custodito dalle grandi piattaforme come il loro bene più prezioso. La difesa della privacy degli utenti, in cui esse si impegnano in modo talora anche vistoso (celebre il conflitto tra Apple e Fbi nel 2016 sull’accesso all’iPhone di uno degli attentatori di San Bernardino), è insieme la difesa dell’interesse dei propri clienti – affinché continuino a usare i loro servizi – e soprattutto del loro monopolio (o meglio, duopolio). In questa prospettiva si capisce meglio il senso della rivendicazione francese che la questione principale in gioco qui non sia tanto la privacy degli utenti quanto piuttosto la proprietà dei dati dei cittadini. In sostanza, alle due potenze private che dominano il territorio dei dati degli smartphone era stato chiesto di consentire ad altri l’accesso a questo territorio, cosa che esse hanno rifiutato con fermezza, fornendo una soluzione alternativa che non mettesse a rischio la loro posizione di incontrastato vantaggio. Per quanto paradossale – considerando la sistematica erosione della riservatezza degli utenti che queste aziende operano – la saldatura con i sostenitori della privacy in questo caso non è un abbaglio: effettivamente la soluzione decentralizzata consente minore invasività rispetto alla concentrazione dei dati su un server centrale. Riduce anche di un poco l’utilizzabilità dei dati. Ma di fatto non esclude totalmente la possibilità di instaurare per questa via un sistema di sorveglianza a più ampio raggio, perché c’è sempre un locus minoris resistentiae dove, in caso di necessità – cioè, nell’attuale configurazione, allorché l’utente di uno smartphone segnala alle autorità la propria positività al virus – gli identificativi raccolti sul dispositivo del contagiato vengono abbinati con gli elementi necessari a individuare gli utenti degli altri smartphone entrati in contatto con esso e ad avvisarli. Questo abbinamento è a sua volta coperto da ogni tutela nell’attuale configurazione, ma non è tecnicamente garantito che resti così[45]. La soluzione adottata, cioè, non mette al riparo in linea di principio dall’instaurazione di quella “architettura dell’oppressione”[46] che Edward Snowden vede emergere dal dispiegamento di questi dispositivi col pretesto dell’emergenza sanitaria. Niente impedisce che domani qualcuno proponga di usare gli stessi strumenti – o strumenti col medesimo aspetto – prima per controllare il terrorismo, poi il traffico di droga, poi le proteste violente, poi i comportamenti di contestazione in generale. Tra i manifestanti che in America stanno animando le piazze dopo l’assassino di George Floyd circolano, non ultimi dei suggerimenti per evitare arresti e sanzioni, indicazioni su come proteggersi dai dispositivi di identificazione dei cellulari (i cosiddetti “Stingray trackers” o “IMSI catchers”)[47]. La tracciabilità dei contestatori, che in USA è un fondato sospetto, in altri luoghi sarebbe certezza. Una certa permeabilità del Bluetooth, peraltro, è ben nota. Le garanzie di rispetto della privacy offerte dall’API di Apple e Google – effetto della sensibilità democratica di alcuni ordinamenti, ma soprattutto degli interessi delle piattaforme tecnologiche, che naturalmente l’hanno estesa ben oltre la provincia europea – potrebbero in questa luce rappresentare, anche inconsapevolmente, un cavallo di Troia. La preoccupazione e il dibattito su questa materia sono tutt’altro che oziosi.

Sull’altro piatto della bilancia vi sono i benefici che ci si può attendere da questo strumento. Come nel caso del confinamento che limita la libertà personale, infatti, la legittimità del dispositivo dipende dallo scopo cui serve e dalla sua adeguatezza ad attingerlo. Ma con la differenza che, mentre della limitazione della libertà personale ci si accorge in maniera molto tangibile e quindi la s’interroga con determinazione, della propria scia digitale ci si dimentica facilmente e anche quando ce ne si ricorda non se ne avverte il peso nella propria vita materiale. In questo senso – e soltanto in questo forse – ha ragione chi obietta alle preoccupazioni per l’app di tracciamento che nessun problema simile ci si pone per i dati che cediamo costantemente alle applicazioni private, concedendo autorizzazioni senza pensarci un attimo. È chiaro che anche qui c’è un problema: scarsa consapevolezza digitale a parte, presupporre che si leggano gli accordi legali all’installazione di qualunque servizio è solo un’odiosa finzione giuridica, per dirla con Bentham (celebre l’esperimento del falso social “NameDrop”[48], i cui termini e condizioni prevedevano l’impegno degli utenti a cedere il proprio primogenito in pagamento, nonché l’autorizzazione a passare alla National Security Agency qualunque elemento condiviso sul servizio; il tasso di accettazione fu del 98%). E in tutti i casi – come proprio la divergenza di interessi sull’app mostra – altro è cedere parte dei dati relativi ai propri movimenti e contatti a soggetti diversi che hanno ancora l’obbligo legale di usarli entro certi limiti, altro è cederli per intero a un’autorità che ha pieno potere su di noi. Resta il fatto che la capacità di lesione di questi strumenti è molto insidiosa. Cosa la bilancia dunque? Come osserva in proposito il direttore del centro di ricerca sull’intelligenza artificiale dell’Ada Lovelace Institute britannico, “la tecnologia non è mai una soluzione magica e non lo è in particolare in questa circostanza. Ma è spesso raffigurata come una soluzione magica – e questo è parte del problema”[49]. A giudizio di molti esperti, le aspettative sull’app sono eccessive[50]. Le limitazioni tecniche consistenti. La volontarietà e il rispetto della privacy un oggettivo limite all’efficienza. Singapore, per esempio, che con l’app TraceTogether è stata un pioniere di questa tecnologia e in modo ben più invasivo di quello consentito nelle democrazie occidentali, progetta di sostituirla con un dispositivo indipendente dal telefono e non scioglie la riserva sulla sua obbligatorietà[51]. E in tutti casi, la possibile utilità dell’app rappresenta un contributo[52]– forse di rilievo, forse di poco rilievo – a un sistema complessivo di contenimento dell’epidemia: il suo peso reale dipende enormemente dalla consistenza dell’insieme, in termini di test diagnostici, strutture di quarantena, capacità umana di seguire i casi ecc. D’altronde, che l’app – lungamente meditata e rinviata – non sia considerata necessaria per la fine dell’emergenza lo vediamo in questi giorni, dove tutto si muove senza di essa. La stessa volontarietà dell'uso la indica come qualcosa di diverso da una questione di vita o di morte, più come un principio di organizzazione. 

Se così è – e fermo restando che nell’attuale congiuntura sbagliare previsioni è attività largamente e autorevolmente praticata – la questione dell’app sembra allora più importante come esperimento che non come risultato; più come indice degli orientamenti pubblici che non in termini di controllo dell’epidemia; più come discussione che non come fatto. Essa rappresenta un test di consapevolezza per tutti, cittadini e governi: un test di disponibilità degli uni ad accettare sistemi di sorveglianza più o meno blandi e un test di propensione degli altri a sperimentare dispositivi di questo genere; ancora, un test sul ruolo che le nostre società vogliono accordare alle tecnologie data-driven, e quindi dirette all’intelligenza artificiale, tra paura (talvolta immaginaria, talvolta no) e fiducia (talvolta magica e talvolta no); e certamente anche un test sui rapporti tra potere pubblico e privato, stati e titani tecnologici, nel dominio digitale. Il terreno sul quale si giocano concretamente queste partite nello “Screen New Deal” – come Naomi Klein ha battezzato la “coerente dottrina dello shock pandemico” che sta emergendo su impulso degli enormi interessi economici e politici messi in moto della crisi[53] – non è tuttavia per il momento quello dell’app. Certo, questa può essere facilmente collocata all’interno della prospettiva che un anno fa il CEO di Google, Eric Schmidt[54], presentava come la vitale necessità strategica per l’America (e quindi per le democrazie occidentali) di recuperare il divario competitivo con la Cina nella diffusione di strumenti di sorveglianza delle persone e nel passaggio di funzioni di regolazione dalla scelta umana ad algoritmi basati su sistemi di sensori e guidati dall’intelligenza artificiale (campo nel quale Alphabet, la società madre di Google, è protagonista). Ma nell’immediato, nelle nostre società e per le nostre reali dinamiche sociali, le trasformazioni del lavoro – con il dilagare dello smart working – e della formazione – con il dilagare dell’educazione a distanza o blended – sono fatti molto più carichi di conseguenze[55], proprio in termini di cambiamento di diritti, di ridefinizione del rapporto tra governanti e governati, di retoriche infondate che inquinano la circolazione dell’informazione e di interessi di parte che invadono la sfera comune, senza che un adeguato dibattito pubblico ne abbia maturata la consapevolezza. Il giro di vite è qui: nelle trasformazioni che, da soluzioni d’emergenza, cavalcano secondo scopi determinati l’accelerazione del tempo per impiantarsi come nuove, definite, configurazioni, prima che la polvere magica da cui sembrano avvolte – un po’ per la voglia di credere, un po’ per la voglia di far credere – abbia avuto modo di depositarsi.

Sotto questo riguardo, forse la sola esperienza prodottasi in ambito digitale per effetto della crisi che si possa salutare con entusiasmo è il grado straordinario di collaborazione tra ricercatori consentito dalla parentesi di libera circolazione di informazione scientifica che si è aperta per combattere il virus – informazione ordinariamente costretta nei firewall delle grandi piattaforme editoriali a pagamento e in altri dispositivi di controllo – e che sarebbe bene per il mondo far diventare, questa sì, da emergenziale permanente. Come i cieli puliti che il lockdown ha regalato per un momento al pianeta.


[Online 10/06/2020]

[1] « Je ne crois pas aux déclarations du genre ‘rien ne sera plus jamais comme avant’ » - Michel Houellebecq , https://www.franceinter.fr/emissions/lettres-d-interieur/lettres-d-inter... .

[2] S. Lekach, It took a coronavirus outbreak for self-driving cars to become more appealing (02.04.2020), https://mashable.com/article/autonomous-vehicle-perception-coronavirus/?europe=true.

[3] Così M. van Kerkhove nella conferenza stampa del 20 marzo 2020: https://www.who.int/docs/default-source/coronaviruse/transcripts/who-aud... , subito seguita da, p.e., il 23 marzo L. Hensley, Social distancing is out, physical distancing is in – here’s how to do it , https://globalnews.ca/news/6717166/what-is-physical-distancing ; il 24 marzo V. Tangermann, It’s Officially Time to Stop Using The Phrase ‘Social Distancing’ , https://www.sciencealert.com/who-is-no-longer-using-the-phrase-social-di... ; il 28 marzo S. Kumar, Corona Virus Outbreak: Keep Physical Distancing, Not Social Distancing , https://ssrn.com/abstract=3568435 .

[4] Cfr. https://www.who.int/emergencies/diseases/novel-coronavirus-2019/technical-guidance/naming-the-coronavirus-disease-(covid-2019)-and-the-virus-that-causes-it . Cfr. anche https://qz.com/1820422/coronavirus-why-wont-who-use-the-name-sars-cov-2/ . Tra le esigenze, distinguere la malattia dal virus SARS-CoV-2 per evitare (all’inizio) che il riferimento alla precedente epidemia alimentasse timori in Asia; evitare il riferimento a Wuhan per non alimentare pregiudizi contro le comunità asiatiche nei paesi occidentali; più ancora, attenzione alla guerra comunicativa tra Cina e altri paesi intorno all’origine del virus: si pensi all’uso provocatorio della denominazione “Chinese virus” da parte di Donald Trump o alla censura del riferimento all’origine interna sui media cinesi e in generale alla opacità sugli stadi iniziali dell’epidemia, arrivata fino all’espulsione di reporter indipendenti e all’ostacolo al lavoro dei ricercatori.

[6] H. James, The Two Magics: The Turn of the Screw, Covering End, London, 1898, p. 60.

[7] D.S.W. Ting, L. Carin, V. Dzau, et al., Digital technology and COVID-19, ”Nature Medicine”, 26, 459-461 (2020), https://doi.org/10.1038/s41591-020-0824-5.

[8] Cfr. J. M. Perkel, The Internet of Things comes to the lab , “Nature”, 542, 125126 (2017); D. S. W. Ting, H. Lin, T. Y. P. Ruamviboonsuk, D. A. Sim, Artificial intelligence, the internet of things, and virtual clinics: ophthalmology at the digital translation forefront , “Lancet Digital Health”, 2, E8–E9 (2019), https://doi.org/ 10.1016/S2589-7500(19)30217-1.

[9] Cfr. S. Shilo, H. Rossman, E. Segal, Shilo, S., Rossman, H. & Segal, E., Axes of a revolution: challenges and promises of big data in healthcare , “Nature Medicine”, 26, 29-38 (2020), https://doi.org/10.1038/s41591-019-0727-5 . Cfr. anche il sito https://healthitanalytics.com/ .

[10] Cfr. T. Ray, We need a Big Data effort to find a COVID-19 cure, says pioneering geneticist (23.03.2020) https://www.zdnet.com/article/we-need-a-big-data-effort-to-find-a-covid-... ; D. Gil, IBM Releases Novel AI-Powered Technologies to Help Health and Research Community Accelerate the Discovery of Medical Insights and Treatments for COVID-19 (03.04.2020), https://www.ibm.com/blogs/research/2020/04/ai-powered-technologies-accel... .

[11] Cfr. S. V. Scarpino, G. Petri, On the predictability of infectious disease outbreaks, ”Nature Communications” 10, 898 (2019), https://doi.org/10.1038/s41467-019-08616-0 ; N.E. Wheeler, Tracing outbreaks with machine learning, “Nature Revue of Microbiology” 17, 269 (2019), https://doi.org/10.1038/s41579-019-0153-1 .

[12] Cfr. L. Bengtsson, J. Gaudart, X. Lu et al., Using Mobile Phone Data to Predict the Spatial Spread of Cholera , “Scientific Reports” 5, 8923 (2015), https://doi.org/10.1038/srep08923 .

[13] Cfr. M. Bates, Tracking Disease: Digital Epidemiology Offers New Promise in Predicting Outbreaks , in “IEEE Pulse”, vol. 8, no. 1, pp. 18-22, Jan.-Feb. 2017, doi: 10.1109/MPUL.2016.2627238.

[14] Cfr. J.T Wu, K. Leung, G.M. Leung, Nowcasting and forecasting the potential domestic and international spread of the 2019-nCoV outbreak originating in Wuhan, China: a modelling study , “The Lancet”, vol. 395, 29.02.2020, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30260-9.

[15] A. Furlong, (Un)equal access in digital health care’s coronavirus boom (27.05.2020), https://www.politico.eu/article/unequal-access-in-digital-health-cares-c... .

[17] Cfr. L. Wynants et al., Prediction models for diagnosis and prognosis of covid-19 infection: systematic review and critical appraisal , “BMJ” 2020; 369 :m1328, https://www.bmj.com/content/369/bmj.m1328 .

[18] Cfr. S. Faleiro, What the world can learn from Kerala about how to fight covid-19 , “MIT Technology Review”, April 13, 2020, https://www.technologyreview.com/2020/04/13/999313/kerala-fight-covid-19... .

[19] Cfr. M. Ienca, E. Vayena, On the responsible use of digital data to tackle the COVID-19 pandemic , “Nature Medicine” 26, 463–464 (2020), https://doi.org/10.1038/s41591-020-0832-5 .

[20] Cfr. p.e. T. Bateman, Coronavirus: Israel turns surveillance tools on itself (12.05.2020), https://www.bbc.com/news/world-middle-east-52579475 . Non meno importante per il successo della strategia israeliana è stato l’incarico ai servizi di procurarsi, dove e come che fosse, tutte le necessarie forniture mediche e di protezione.

[21] P. Mozur, R. Zhong, A. Krolik, In Coronavirus Fight, China Gives Citizens a Color Code, With Red Flags (01.03. 2020), https://www.nytimes.com/2020/03/01/business/china-coronavirus-surveillance.html.

[22] Ma anche la repressione della semplice iniziativa non conforme: si pensi a cosa sono costate al mondo le sanzioni al medico che per primo ha dato l’allarme, Li Wenliang, poi morto di Covid, o il ritardo nella diffusione internazionale dei dati sul virus, rilasciati solo dopo che un altro medico lo aveva fatto autonomamente (Zhang Yongzhen, cui per conseguenza è stato chiuso il laboratorio).

[23] Cfr. http://wsjkw.hangzhou.gov.cn/art/2020/5/23/art_1665341_43349400.html , cit. da R. Harb, Contact-tracing app may become a permanent fixture in major Chinese city (26.05.2020), https://www.theregister.co.uk/2020/05/26/hangzhou_permanent_contact_tracing/.

[24] Nella quale sono stati coinvolti in modo massiccio le grandi piattaforme tecnologiche di quel paese: Baidu - Alibaba - Tencent (BAT), le quali, “interessate a competere sui contratti governativi, hanno avuto forti incentivi a operare insieme”; nonché “un consolidato sistema di e-commerce – che ha permesso di ricevere all’ingresso del proprio condominio o residenza generi di prima necessità” (cfr. Italia-Cina Scienza e Tecnologia. Newsletter della rete degli addetti scientifici in Cina, 11, I quadrimestre 2020).

[25] Per una panoramica cfr. Combating COVID-19: Lessons from Singapore, South Korea and Taiwan , University of Pennsylvania (21.04.2020), https://knowledge.wharton.upenn.edu/article/singapore-south_korea-taiwan-used-technology-combat-covid-19/. Vanno tenute in conto anche le differenze tra i sistemi politici (p.e. il regime autoritario di Singapore ha favorito in principio il controllo dei cittadini ma la ghettizzazione dei lavoratori immigrati ha per altro verso provocato disastrose recrudescenze), la diversa prontezza nella reazione e la credibilità personale dei leader. Il caso di Taiwan – altra democrazia ma molto più rapida nella reazione della Corea, anche per non essersi affidata alle rassicurazioni che provenivano all’inizio da Cina e OMS, e guidata nella crisi da politici con formazione medica e da un ministro del digitale di particolare capacità – ha minore impatto comunicativo, forse anche per non far indispettire la Cina, ma è sicuramente di spicco: cfr. p.e. C.J. Wang, C.Y. Ng, R.H. Brook, Response to COVID-19 in Taiwan: Big Data Analytics, New Technology, and Proactive Testing , “JAMA” 2020, 323(14):1341-1342, doi:10.1001/jama.2020.3151 .

[26] Cfr. The Government of the Republic of Korea , Flattening the curve on COVID-19. How Korea responded to a pandemic using ICT , http://www.undp.org/content/seoul_policy_center/en/home/presscenter/arti... . Il documento è aggiornato periodicamente, faccio riferimento alla versione dell’11 maggio 2020.

[27] Cfr. J. McCurry, Test, trace, contain: how South Korea flattened its coronavirus curve (23.04.2020), https://www.theguardian.com/world/2020/apr/23/test-trace-contain-how-sou... .

[29] Cfr. N. Kim, ‘More scary than coronavirus’ South Korea’s health alerts expose private lives (06.03.2020), https://www.theguardian.com/world/2020/mar/06/more-scary-than-coronaviru... ; Id., South Korea struggles to contain new outbreak amid anti-gay backlash (11.05.2020), https://www.theguardian.com/world/2020/may/11/south-korea-struggles-to-c... .

[30] Così in una precedente versione (15 aprile) del documento governativo: cfr. https://www.publichealthupdate.com/flattening-the-curve-on-covid-19-what... . Nell’insieme il risultato coreano resta notevole, ma non si deve ai soli strumenti digitali, quanto piuttosto alla loro integrazione in una strategia complessiva, che ha al primo posto i test e vede un notevolissimo impegno di risorse umane nelle stesse attività di tracciamento. L’enfasi comunicativa sul digitale può spiegarsi anche con la volontà di consolidare la leadership del paese in un campo su cui convergono forti interessi imprenditoriali, lì da sempre molto contigui al potere politico.

[31] Garante Privacy, Coronavirus: no a iniziative “fai da te” nella raccolta dei dati (02.03.2020), https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9282117 .

[32] EDPB, Statement on the processing of personal data in the context of the COVID-19 outbreak , https://edpb.europa.eu/news/news/2020/statement-edpb-chair-processing-personal-data-context-covid-19-outbreak_it; segzuito dopo pochi giorni da una più completa puntualizzazione: https://edpb.europa.eu/sites/edpb/files/files/news/edpb_statement_2020_processingpersonaldataandcovid-19_en.pdf.

[33] M. Scott, E. Braun, J. Delcker, V. Manancourt, How Google and Apple outflanked governments in the race to build coronavirus apps (15/16.05.2020), https://www.politico.eu/article/google-apple-coronavirus-app-privacy-uk-france-germany/.

[35] N. Lomas, EU privacy experts push a decentralized approach to COVID-19 contacts tracing (06.04.2020), https://techcrunch.com/2020/04/06/eu-privacy-experts-push-a-decentralized-approach-to-covid-19-contacts-tracing/.

[39] Cfr. la dichiarazione del ministro del digitale francese al “Journal du dimanche” del 26 aprile: “la mission de l’État de protéger les Français : c’est donc à lui seul de définir la politique sanitaire, de décider de l’algorithme qui définit un cas contact ou encore de l’architecture technologique qui protégera le mieux les données et les libertés publiques [...]. C’est une question de souveraineté sanitaire et technologique [...]. Cela ferme le débat” (cit. in https://www.liberation.fr/checknews/2020/04/29/stopcovid-pourquoi-la-france-ne-developpe-pas-la-meme-application-que-ses-voisins_1786609).

[40] Cfr. D. Leprince-Ringuet, Contact-tracing apps: Why the NHS said no to Apple and Google’s plan , “Zdnet Special Feature: Coronavirus: Business and Technology in a Pandemic” (28.04.2020), https://www.zdnet.com/article/contact-tracing-apps-why-the-nhs-said-no-t... ; J. Rapson, Exclusive: ‘Wobbly’ tracing app ‘failed’ clinical safety and cyber security tests (04.05.2020), https://www.hsj.co.uk/technology-and-innovation/exclusive-wobbly-tracing... .

[41] Cfr. la rassegna su P. H. O’Neill, T. Ryan-Mosley, B. Johnson, A flood of coronavirus apps are tracking us. Now it’s time to keep track of them , “MIT Technology Review” (07.05.2020), https://www.technologyreview.com/2020/05/07/1000961/launching-mittr-covid-tracing-tracker/.

[44] Una spiegazione molto semplice di “quello che Google sa di noi” – ma vale anche per le altre piattaforme GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft) – si legge su https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/degoogling/. Si capisce cosa potrebbe valere allora per il settore assicurativo, per esempio, l’accesso ai dati sanitari di un’app come quella che gli zelanti funzionari di Hangzhou desiderano rendere permanente, o per qualunque meccanismo di propaganda la profilazione delle disposizioni e vulnerabilità individuali ottenuta suo tramite. Sembra quasi inutile ricordare il caso Cambridge Analytica, se non fosse che ancora oggi in Italia capita di veder svolgere su Facebook la stessa comunicazione istituzionale della Presidenza del Consiglio (il bel documentario The Great Hack – regia di Noujaim e Amer, 2019 – ha il difetto di presentare narrativamente come una violazione quella che è stata piuttosto un’abile torsione di funzionalità consentite dall’azienda di Zuckenberg). Su questi aspetti R. Mazzola, Pratiche digitali, Napoli, 2020.

[45] I francesi per esempio contestano proprio il fatto che la diffusione degli identificativi criptati dei contagiati sui terminali invece che su server centrale sia migliore garanzia di protezione. Cfr. le dichiarazioni di Cédric O in occasione del rilascio dell’app nazionale ( https://medium.com/@cedric.o/stopcovid-ou-encore-b5794d99bb12 ), con diretto riferimento ai limiti riconosciuti dai tedeschi per la loro soluzione basata sull’API di Google e Apple ( https://www.bundesregierung.de/breg-de/aktuelles/pressemitteilungen/pres... ). Si tratta chiaramente di dichiarazioni politiche – ma alla fine la questione è politica.

[46] L’intervista di S. Smith a Edward Snowden si vede su https://youtu.be/k5OAjnveyJo. Cfr. T. Dowd, Snowden Warns Governments Are Using Coronavirus to Build ‘the Architecture of Oppression’ , “VICE” (10.042020), https://www.vice.com/en_us/article/bvge5q/snowden-warns-governments-are-using-coronavirus-to-build-the-architecture-of-oppression.

[48] Cfr. J.A. Obar, A. Oeldorf-Hirsch, The Biggest Lie on the Internet: Ignoring the Privacy Policies and Terms of Service Policies of Social Networking Services (01.06.2018), TPRC 44: The 44th Research Conference on Communication, Information and Internet Policy, 2016,https://ssrn.com/abstract=2757465 o http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.2757465.

[49] J. Delcker, Coronavirus: Actually, we don’t have an app for that (23/25.04.2020), https://www.politico.eu/article/coronavirus-smartphone-apps-alone-wont-help-curb-the-pandemic-artificial-intelligence-experts-warn/. L’espressione qui tradotta come “soluzione magica” è “silver bullet”, abituale in inglese ma non in italiano (il proiettile d’argento sarebbe il solo a uccidere lupi mannari e simili).

[50] Cfr. anche per i riferimenti A. Vaughan, There are many reasons why covid-19 contact-tracing apps may not work , “The New Scientist” (17.04.2020), https://www.newscientist.com/article/2241041-there-are-many-reasons-why-covid-19-contact-tracing-apps-may-not-work/; M. Zastrow, Coronavirus contact-tracing apps: can they slow the spread of COVID-19? , “Nature” (19.05.2020), https://www.nature.com/articles/d41586-020-01514-2. Sui limiti tecnici del Bluetooth ha fatto notizia il recente caso delle multe comminate per errore ai moscoviti ( https://www.hrw.org/news/2020/05/21/russia-intrusive-tracking-app-wrongly-fines-muscovites).

[51] Cfr. J. Sharman, Coronavirus: Singapore plans wearable virus contact-tracing device for all (05.06.2020), https://www.independent.co.uk/news/world/asia/coronavirus-singapore-contact-tracing-wearable-device-a9550841.html. L’app singaporiana tuttavia è stata concepita prima dell’alleanza tra Google e Apple e presenta limiti tecnici, soprattutto sui dispositivi Apple, che la nuova API ha superato (al prezzo, naturalmente, di un minor controllo dei dati e quindi di utilità per l’autorità statale).

[52] Cfr. L. Ferretti, Ch. Wymant, M. Kendall et al., Quantifying SARS-CoV-2 transmission suggests epidemic control with digital contact tracing , “Science” (08.05.2020); 368(6491), https://science.sciencemag.org/content/368/6491/eabb6936.

[54] Chinese Tech Landscape Overview , NSCAI Presentation, May 2019, https://epic.org/foia/epic-v-ai-commission/EPIC-19-09-11-NSCAI-FOIA-20200331-3rd-Production-pt9.pdf, su cui di nuovo cfr. l’articolo citato di Klein.

[55] Una perfetta sinossi degli effetti sociali della crisi (da cui risalire alle cause) è proposta da D. Fiormonte in un passaggio de Il corpo malato della modernità. Hind Swaraj nella pandemia (14.05.2020), “Educazione aperta”, https://ladisillusione.com/2020/05/18/il-corpo-malato-della-modernita-hind-swaraj-nella-pandemia/. Specificamente sulle implicazioni dell’insegnamento a distanza - o meglio blended - nell'università cfr. Università: quello che siamo, quello che vogliamo, “Bollettino telematico di filosofia politica” (10.06.2020), https://btfp.sp.unipi.it/it/2020/06/universita-quello-che-siamo-quello-che-vogliamo/.

 

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